di Luca Benesperi
La rivoluzione mancata
Se qualcuno se l’è persa recuperi la polemica tra Marcello Veneziani e il Governo,rinforzata da una intervista al vetriolo di Franco Cardini su Repubblica di pochi giorni fa.
Tralasciando pettegolezzi e retroscena, quel che emerge è un dato che anche a un osservatore novizio, ricolmo di sapido buonsenso, risulterà pleonastico in ragione della sua ovvietà: la quasi totale manca di offerta culturale a destra. Dal 1948 ad oggi i partiti di centro e poi di centrodestra hanno governato quasi, per non dire sempre. O con governi monocolore o annacquando governi tecnici o in coabitazione con le forze di centrosinistra.
Se si eccettuano i due esperimenti prodiani, tutti finiti tragicamente e comunque a maggioranza democristiana, l’unico vero governo guidato da un ex comunista fu il Governo D’Alema che durò lo spazio di un anno e che dimostrò ampiamente di tenere il portafoglio saldamente a destra, ça va sans dire La domanda che emerge spontanea, quindi, è il motivo per il quale, di fronte a un predominio politico del genere, ci troviamo di fronte a una desertificazione culturale altrettanto forte che nemmeno il governo più a destra della storia repubblicana, il governo Meloni, ha intaccato. Non c’è l’ombra di una
rivista culturale, Benigni continua i suoi monologhi in prima serata su Rai 1, nessun programma di approfondimento che incrini il mainstream che nella tv pubblica va avanti da decenni. Occorrerebbe lo stesso sforzo di idee e di uomini profuso per Atreju per cominciare a cambiare il sistema, ammesso che lo si voglia cambiare, invece nulla. Senza voler dare una soluzione al problema provo a fornire una doppia risposta. La teoria gramsciana delle “casematte” (occupare tutti i posti di potere nell’impossibilità di occupare il potere politico in un paese fortemente anticomunista) è stata interpretata dalla sinistre in
modo efficace e direi quasi militare estromettendo dalla cultura i partiti di centrodestra che si sono “accontentati” del potere politico e delle sue annesse spartizioni. Un secondo problema è che investire in cultura, scegliere gli uomini, costruire format, diffondere programmi è difficile e nessuno che abbia avuto incarichi di governo è mai sembrato all’altezza di farlo. Nei Comuni c’è un piccolo adagio che suona pressappoco così:
“all’assessore che conta meno va la cultura tanto non ci sono soldi e grossi danni non li può fare.” Quantificare i danni di una cattiva cultura è difficile, quelli di una totale assenza di essa un po’ più facile. E quando capiremo che con la cultura si mangia davvero forse da lì faremo partire la rivoluzione tanto attesa e sempre mancata in questo paese.


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