di Simone Fagioli – SoloRiformisti
È notizia di questi giorni: la chiusura della Manifattura del Casentino a Soci, in provincia di Arezzo, nell’alta valle dell’Arno, non è solo la fine di un’azienda: è l’ultimo atto di una storia millenaria che lega una vallata appenninica al destino della lana, ai gesti immemorabili dei lanaioli, al battito ritmico delle gualchiere e alla sapienza stratificata di generazioni. Tredici operai licenziati, l’elettricità staccata per bollette non pagate, macchinari silenziosi che da dicembre potrebbero essere smontati per sempre: questa non è cronaca industriale, è l’estinzione di un mondo.

Il Casentino, incuneato tra l’Appennino e le sorgenti dell’Arno, è da sempre terra di pastori. Gli Etruschi prima, i Romani poi, riconobbero in questa valle la materia prima essenziale: lana grezza, abbondante, ispida, prodotta da greggi che pascolavano sui versanti rocciosi dell’Alpe di Catenaia e del Pratomagno. Ma ciò che trasformò il Casentino in un centro laniero non fu solo la pecora: fu l’acqua. I torrenti – lo Staggia a Stia, il Berignale a Soci – permettevano la follatura, il lavaggio, la tintura. Le loro acque, con la particolare composizione minerale, conferivano ai tessuti colori brillanti e resistenza straordinaria.
Nel Medioevo la lana casentinese divenne merce di scambio e tributo. Gli abitanti di Stia, sempre nella valle dell’Arno, più a nord, antico Palagio Fiorentino, pagavano le gabelle alla Repubblica Fiorentina in “panno grosso”, un tessuto robusto e ruvido, dalle tonalità scure e umili: il “fratino”, il “bigio”, il “topo”. Era un tessuto povero, destinato a chi viveva all’aperto – contadini, pellegrini, montanari – ma anche ai religiosi. I frati dell’Eremo di Camaldoli e quelli del Santuario de La Verna cucivano i loro sai con quel panno ispido, che li proteggeva dal freddo pungente degli inverni appenninici.

Eppure, la fortuna del panno casentinese nasceva da un vincolo, non da una libertà. I Magistrati dell’Arte della Lana di Firenze, gelosi del monopolio tessile, imposero ai produttori casentinesi una rifinitura grossolana, impedendo loro di competere con i panni nobili fiorentini. Fu proprio questa limitazione a generare l’identità del tessuto: una superficie pelosa, irregolare, segnata dal “ricciolo” – ottenuto sfregando la lana con pietra pomice o con il cardo – che garantiva un doppio strato naturale, antifreddo e antipioggia.
Nel 1738 un motu proprio di Francesco III di Lorena liberalizzò finalmente la produzione laniera in Toscana, rompendo il monopolio fiorentino. Fu l’inizio di una trasformazione epocale. A Stia, la famiglia Ricci acquisì e riorganizzò piccoli opifici sparsi, concentrando le fasi di lavorazione in un unico stabilimento. Nel 1830 Marco Ricci avviò la meccanizzazione, importando dall’estero – Belgio, Inghilterra – i primi macchinari automatici di filatura. Era un azzardo pionieristico: la fabbrica Ricci, insieme alla Beni di Stia e alla Mazzoni di Prato, furono i primi lanifici toscani a introdurre le macchine.
Nel 1852, dopo una grave crisi che travolse il lanificio Beni – revisore contabile fu un giovane ma già esperto impiegato che veniva da Sesto Fiorentino, già alle dipendenze della famiglia Ginori, un certo Paolo Lorenzini, che con il fratello Carlo era stati quasi “adottati” dagli imprenditori della porcellana – Marco Ricci costituì la Società di Lanificio di Stia, dando lavoro a 140 operai. Tra il 1862 e il 1888, sotto la direzione di Adamo Ricci, fu completata la meccanizzazione di tutto il processo produttivo: sette ruote idrauliche muovevano i macchinari dislocati lungo lo Staggia, producendo oltre 260.000 metri di panno all’anno. Una banca fiorentina, la Schmitz & Turri, investì alcuni capitali in questo progetto. All’Esposizione Nazionale Italiana di Firenze del 1861 – la prima dell’Italia unita – il Lanificio di Stia conquistò la medaglia d’oro per i panni militari. Alla fine dell’Ottocento, la famiglia Lombard rilevò la proprietà e affidò la direzione a Giovanni Sartori, che portò la fabbrica ai livelli dei maggiori lanifici italiani. Divenne fornitrice ufficiale di Casa Savoia: alla fine della Prima Guerra Mondiale impiegava 500 operai, disponeva di 136 telai e produceva oltre 700.000 metri di stoffa.
A Soci, pochi chilometri a valle, si compì un’epopea parallela. Agli inizi dell’Ottocento Giuseppe Bocci, cittadino di Soci, avviò un’attività laniera lungo il canale Berignale. Mandò il figlio Sisto a studiare in Belgio, allora centro mondiale delle tecnologie tessili. Sisto tornò con esperienza, visione e macchinari moderni. Alla fine del secolo, il Lanificio di Soci dava lavoro a 309 persone, in pratica tutto il paese. Era il 1906 quando Sisto Bocci installò la rattinatrice, la macchina tedesca che produceva il ricciolo caratteristico del panno casentino. Quella macchina non si è fermata quasi mai, per oltre un secolo, fino a questi giorni.

Il panno casentino deve la sua fama mondiale a un caso fortuito. Nella seconda metà dell’Ottocento, un tintore – nel tentativo di impermeabilizzare ulteriormente il tessuto – mescolò all’allume di rocca dei coloranti chimici al posto della robbia, la pianta da cui si estraeva il rosso tradizionale. Ne uscì un rosso aranciato acceso, imprevisto, che venne comunque immesso sul mercato. Fu un successo immediato. L’arancione “becco d’oca”, accostato al verde bandiera come fodera, divenne la cifra stilistica del panno casentino.
Il tessuto, nato per coprire i cavalli da traino, conquistò i barocciai fiorentini: vedendo che i loro animali stavano meglio di loro, iniziarono a recuperare le mantelline delle bestie per farle cucire in pastrani e mantelli. L’idea piacque alle signore di Firenze, poi ai grandi nomi: il barone Bettino Ricasoli, Giuseppe Verdi, Giacomo Puccini. Per gli uomini, l’abito in panno casentino fu confezionato a doppio petto, con martingala e collo di volpe, simbolo di eleganza e raffinatezza.
Nel 1961, Audrey Hepburn indossò un cappotto arancione in panno casentino nella scena cult di Colazione da Tiffany, immortalando per sempre quel tessuto nel mito del cinema mondiale. Nel 2022, persino re Carlo III d’Inghilterra ordinò un cappotto in panno casentino. Da straccio povero a icona globale, il destino del tessuto si era compiuto.
Ma la gloria dei lanifici casentinesi non fu lineare. Nel 1915 Sisto Bocci morì, lasciando tutto al nipote Adriano, che cadde al fronte nella Prima Guerra Mondiale. La famiglia vendette al senatore bresciano Giovan Battista Bianchi, che modernizzò la fabbrica e ampliò gli stabilimenti. Ma la crisi finanziaria del 1929 travolse le aziende Bianchi e il Lanificio di Soci fallì. Passò a Virgilio Maranghi, curatore fallimentare, poi attraversò a fatica la Seconda Guerra Mondiale, fino al fallimento del 1956. L’attività passò all’industriale pratese Brachi, ma fallì definitivamente nel 1970.

Nel 1972, in un atto di resistenza operaia, furono gli stessi lavoratori e tecnici a costituirsi in cooperativa: nacque la Cooperativa Tessile di Soci, che riprese la produzione con una sessantina di persone. Fu una rinascita fragile, tormentata da passaggi di proprietà, ristrutturazioni, nuove crisi. E infatti anche quell’esperienza, dopo alterne vicende, non resse alla concorrenza. I macchinari e il marchio passarono attraverso altre mani, fino a confluire nella Manifattura del Casentino degli ultimi anni, quella che oggi ha cessato l’attività.
A Stia, il Lanificio Ricci-Lombard fallì nel 1985 e chiuse definitivamente nel 2000. Solo nel 2010, grazie alla Fondazione Lombard, gli edifici furono recuperati e trasformati nell’eccellente Museo dell’Arte della Lana, dove è ripercorsa con le macchine originali tutta la storia del Casentino tessile.
Nel luglio 2022, la Filctem Cgil lanciò la “vertenza del panno del Casentino”: la Manifattura era in crisi gravissima, priva di commesse. Ci fu grande eco mediatica, tavoli in Prefettura, in Regione, promesse. L’imprenditore pratese Roberto Bellandi acquistò il capannone, consentendo una ripartenza apparente. Ma la Manifattura operava come contoterzista, esponendosi alle fluttuazioni del mercato tessile globale.
Poi la tempesta perfetta: la crisi del tessile che travolse anche Prato e Biella; le sanzioni contro la Russia, mercato forte per il panno casentino; le tensioni in Medio Oriente che innalzarono i costi dei coloranti; l’esplosione dei costi energetici. Ogni mese, 40.000 euro di bollette per luce e metano. La Manifattura divenne morosa, le fu tagliata l’elettricità. Il fatturato crollò da 900.000 euro nel 2022 a 300.000 nel 2024. Dal primo luglio 2025, cassa integrazione. Poi la liquidazione, le lettere di licenziamento agli ultimi tredici operai, il silenzio dei telai.
«Le abbiamo tentate tutte», ha dichiarato Alessandro Mugnai, dirigente Filctem Cgil, «ma alla fine l’azienda non aveva più commesse. È la fine di un miracolo solo annunciato e mai realizzato». I titolari, Roberto Malossi e Andrea Fastoni, hanno fatto appello ai grandi marchi – Prada, Cucinelli, Falconeri – ma senza esito. «Se entro novembre nessuno si fa avanti, il primo dicembre smonteremo le macchine. Allora sarà la morte definitiva del Panno del Casentino».
Anche Claudio Grisolini, della Tessilnova di Stia è pessimista: «Senza di loro, anche la nostra produzione perde senso. È come fare il Brunello di Montalcino a Napoli: il panno Casentino non può essere prodotto fuori dal suo territorio. Qui c’è l’acqua, la manualità, il sapere tecnico che danno al colore quella brillantezza inconfondibile.»
La chiusura della Manifattura genera un effetto domino. In Casentino operano una trentina di aziende che lavorano il panno, assicurando lo stipendio a un centinaio di persone. Sono tessitori, fornitori di panno grezzo, confezioni, commercianti. Tutta la filiera rischia il collasso. Non è solo un problema economico: è la frattura di un ecosistema produttivo e sociale, di saperi incarnati, di identità collettiva.
«Il territorio perde un prodotto di eccellenza», ha dichiarato Alessandro Tracchi, segretario Cgil di Arezzo. Ma si perde di più: si perde la memoria di come si fa un ricciolo con le mani, di come si riconosce la qualità della lana al tatto, di come l’acqua dello Staggia tinge diversamente da quella del Berignale. Si perde il segreto che nessuna standardizzazione potrà replicare: una combinazione di clima, acqua, manualità, tempo.
Il panno casentino può essere prodotto altrove, magari all’estero? La domanda è retorica e dolorosa. Tecnicamente sì: si possono importare rattinatrici, copiare formule, replicare gesti. Ma il panno casentino non è una formula chimica, è una civiltà. È il sapere di Giuseppe Bocci che manda il figlio in Belgio, è la caparbietà degli operai che nel 1972 si fanno cooperativa, è il ricciolo che Sisto Bocci produceva nel 1906 e che da allora non si è mai fermato, fino a ieri.
La macchina arricciatrice, muta, sta ancora nella fabbrica buia di Soci. È il simbolo di un’epoca che si chiude. Se Soci non è Hollywood, come ha scritto il “Corriere Fiorentino”, forse è qualcosa di più prezioso: è il luogo dove per secoli si è creduto che il lavoro manuale, la bellezza materiale, la tenacia collettiva potessero resistere alle crisi. Fino a quando non hanno più potuto.
Resta una speranza, sottile e tenace come il ricciolo del panno stesso: che nei prossimi, decisivi giorni, qualcuno riconosca in quel rosso aranciato non un colore, ma un codice genetico culturale. Che un marchio visionario, una fondazione, lo Stato stesso comprendano che salvare il panno casentino non significa tenere in vita un’azienda morente, ma presidiare un patrimonio umano. È l’ultimo nodo da fare prima che il filo si spezzi. Se così non sarà, dicembre non segnerà solo lo smontaggio di una macchina, ma il silenzio definitivo di una civiltà. E il Casentino, senza il battito dei suoi telai, sarà più povero, più piatto, più solo… “questa vita sembra una pezza…”
Simone Fagioli (Pistoia 1967) è ricercatore di formazione antropologica. Collabora con enti pubblici e privati per ricerche sui temi della nascita e sviluppo dell’industria (metallurgica, mineraria, cartaria, tessile, ceramica), analisi dei processi produttivi preindustriali e industriali, storia d’impresa privata, sociologia e antropologia del cibo, uso pubblico della memoria, nonché gestione di archivi d’impresa e privati.


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