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C’è molta crescita nei Premi Nobel per l’economia degli ultimi anni, a partire da quello per Paul Romer e William Nordhaus del 2018, per proseguire con Daron Acemoglu e James Robinson l’anno scorso e Joel Mokj, Peter Howitt e Philippe Aghion quest’anno. Il filo diretto è la spiegazione endogena, cioè all’interno dei meccanismi che regolano il mercato, del progresso tecnico indotto dall’innovazione.Per Romer in particolare il progresso tecnico è incorporato nell’accumulazione del capitale a livello aggregato che si diffonde poi a livello di una singola impresa in un determinato territorio, ad esempio un distretto industriale. La presenza nell’area di una grande impresa multinazionale, di un efficiente sistema di trasporto locale che riduce le distanze e di un centro di ricerca di eccellenza favorisce la crescita delle imprese grazie alle innovazioni organizzative e di prodotto e ad una imprenditorialità più qualificata e istruita. Non a caso Romer era un imprenditore, oltre che professore universitario.Per Acemoglu e Robinson la qualità delle istituzioni spiega i differenziali di crescita dei diversi paesi. Il termine istituzioni è da intendere in senso ampio e comprende la funzionalità della giustizia civile, la legislazione contrattuale che regola gli scambi di mercato, una borsa e un sistema bancario efficienti per il finanziamento delle imprese, un’istruzione che assicuri un’elevata accumulazione di capitale umano. Rientra nel concetto anche un sistema politico democratico, garantito a livello costituzionale, che assicura competitività e ricambio governativo. Infine, i paesi con uno sviluppo più intenso e rapido usufruiscono di una pubblica amministrazione friendly nei confronti del mercato.Per i Nobel di quest’anno, il motore della crescita è l’innovazione che si garantisce con la dinamica del mercato, da cui il ricambio delle attività obsolete con quelle più capaci di internalizzare il progresso tecnico e attuare la transizione digitale. E’ l’attualizzazione del concetto di “distruzione creatrice” intuito ed esposto dal grande economista Joseph Shumpeter nel primo 900. È il mercato che decide quali imprese debbano cedere il passo ad altre, con maggiori capacità innovative. Naturalmente questo sistema genererà vincitori e sconfitti tra gli imprenditori e difficoltà nella distribuzione personale dell’occupazione. Ma dovrebbero essere le politiche attive sul lavoro, l’istruzione e il ricambio generazionale nel management a rendere socialmente accettabile la selezione.Dunque, nuova imprenditoria, istituzioni efficienti e concorrenza tramite una distruzione creatrice governata sono i requisiti della crescita che ci vengono proposti dai premi Nobel.Nel Manifesto per la reindustrializzazione ella Toscana che abbiamo redatto (chi scrive, Marco Buti e Stefano Casini Benvenuti), si sostiene che la nostra regione è investita da decenni dalla crisi di queste tre dimensioni, da cui il fenomeno la deindustrializzazione, cioè la caduta in termini assoluti della produzione manifatturiera e dei servizi complementari. La questione principale è che vi è stato in Toscana più che nel resto del paese uno spostamento verso lavori a più basso rendimento. Tra le concause indicate ne abbiamo annoverate tre che riecheggiano proprio il pensiero dei Nobel.– Difetti di imprenditorialità. In molte imprese non vi è stato un passaggio generazionale per cui, di fronte a difficoltà e incertezze sul futuro, è finita per prevalere l’opzione, da parte degli imprenditori più anziani di rivolgersi verso altre attività, magari meno redditizie, ma meno rischiose.– Insufficienza del capitale in ricerca e sviluppo. Vi sono in Toscana ancora notevoli difficoltà di sostenere, a causa della destinazione di risorse insufficienti a livello regionale, le start-up innovative, nonostante vi siano centri di ricerca e istituti universitari in grado di fornire competenze importanti.– Inefficienze della P.A. e industria. In regione si registrano ritardi nell’evoluzione in senso industriale delle attività dei servizi pubblici locali, la cui erogazione impatta sulla produzione delle imprese manifatturiere sul territorio come un fattore aggiunto e quindi sulla produttività di lavoro e capitale. Ad esempio, il comparto della moda (si pensi alla pelletteria, alle calzature e al cuoio) è particolarmente influenzato dagli input originati dai servizi acquedotto, fognature e smaltimento rifiuti che ne condizionano il livello dei costi di produzione e quindi la competitività.Su queste tre dimensioni della crisi dovrebbe insistere una nuova programmazione regionale più pro-competitiva rispetto al passato.

di Alessandro Petretto, professore emerito dell’Università degli studi di Firenze

per “Solo riformisti”


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