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Il caso Ranucci non è certo un incidente, rappresenta un “punto di rottura” in cui la narrazione del giornalista integerrimo si scontra con la realtà.

di Nicola Minopoli, da Solo Riformisti

Sul caso Ranucci c’è un silenzio che inizia a fare rumore, anzi divora.
È il silenzio del giornalismo militante di sinistra, da Cappellini, direttore de La Repubblica, incaricato da Lavitola di correggere le bozze di un sondaggio pro-Ranucci Premier, passando per i vari Travaglio, Floris, Formigli, Scanzi, Saviano, cioè i cosiddetti “paladini della indignazione selettiva”.

Vicende come il caso Ranucci non si limitano certo a raccontare un fatto ma lo trascendono, lo amplificano, lo trasformano in un prisma attraverso cui osservare un intero sistema e questo non certo perché sia più grave di altri scandali, nè perché sia più clamoroso o più sorprendente ma semplicemente perché rivela una fragilità strutturale, una crepa che attraversa un mondo, quello della sinistra e del suo giornalismo compiacente, che per anni ha costruito la propria identità sulla superiorità morale, sulla denuncia permanente, sulla convinzione di essere l’unico baluardo contro il declino civile e morale della società o della libertà di stampa “quando la destra è al potere” ( ricordate Shlein al congresso PSE Amsterdam ? ) e quando uno dei simboli di quel mondo inciampa, improvvisamente tutto si ferma, le voci si spengono, le penne si ritirano, le telecamere si girano dall’altra parte e così il silenzio diventa la nuova linea editoriale della sinistra e del suo compiacente sistema mediatico, diventa “ammissione” perché la loro narrazione non può più sostenere il peso della realtà.

E si badi bene , il caso Ranucci non è certo un incidente, ma rappresenta un “punto di rottura”, un momento cioè in cui la narrazione costruita negli anni, quella del giornalista integerrimo, dell’inquisitore senza paura, del paladino della verità, si scontra con una realtà che non può essere più ignorata!
Per anni, Report è stato presentato come un tempio dell’inchiesta, un luogo dove la verità veniva scolpita con rigore quasi “sacrale”, un programma che non guardava in faccia nessuno, che non risparmiava nessuno, che non aveva amici né protetti. Ma poi lentamente sono emerse frequentazioni discutibili, rapporti imbarazzanti, difese emotive e sproporzionate, paragoni fuori scala con Falcone e Borsellino, ricostruzioni fragili, dettagli che non tornano e così la narrazione si incrina e chi ha costruito la propria identità su quella narrazione si ritrova improvvisamente senza parole e non certo perché non sappia cosa dire ma perché qualsiasi cosa dica rischia di essere un boomerang.

Il caso delle bozze del sondaggio di Lavitola da parte di Cappellini, direttore de La Repubblica, ne è un esempio ed è un’immagine che da sola meriterebbe un saggio.
Un giornale che per decenni ha incarnato, a suo dire, la “moralità progressista” si ritrova a lavorare su materiale proveniente da un personaggio che, nella narrazione di quel mondo, rappresenta l’esatto opposto.
È un cortocircuito che dello stesso giornale mette in crisi la credibilità, la coerenza, la linea editoriale, la narrazione identitaria.
Eppure, nessuno parla, nessuno spiega o analizza e così il silenzio diventa una scelta politica: non aprire un fronte che potrebbe destabilizzare l’intero edificio.
Per non parlare dei paladini dell’indignazione selettiva e della spietata lotta d’odio verso questo governo e la Meloni, i vari Travaglio, Formigli, Floris, Saviano !
Loro , i custodi dell’indignazione…improvvisamente ? Muti !?!?
E cosi qui il doppio standard diventa quasi “teatrale”: chi ha passato anni a denunciare ogni ombra, oggi tace, chi ha trasformato i talk show in tribunali morali, oggi tace, chi ha fatto della parola “coraggio” un brand, oggi tace, chi ha costruito la propria carriera sulla denuncia permanente, oggi tace.

Ma tutto questo non è un caso ma una esatta linea , una fine strategia perché parlare adesso significherebbe esporsi, prendere posizione, rischiare di incrinare la propria immagine, ammettere che il metodo Report non è infallibile, riconoscere che la moralità non è sempre e proprio a sinistra.
E allora si, meglio tacere, meglio aspettare, meglio sperare che la tempesta passi presto senza lasciare troppi danni.

Ma questo giornalismo militante sta oggi dimostrando che l’indignazione e la moralità sono a geometria variabile !
Il caso Ranucci rivela una verità che molti sospettavano da tempo e cioè che l’indignazione non è un principio ma una risorsa politica perchè quando l’inchiesta colpisce “gli altri”, la macchina si accende con editoriali infuocati, speciali TV, mobilitazioni social, manifestazioni di piazza , convegni propagandistici (vedi standing ovation a Ranucci al convegno dell’A. N. M. ), hashtag indignati, appelli civili, etc etc.
Quando invece l’inchiesta riguarda “uno dei propri strumenti” allora nessuna apertura di telegiornale, nessuna analisi approfondita, nessuna mobilitazione, nessun dibattito, nessuna indignazione.
È questa la prova che la moralità per la sinistra e il suo sistema non è universale ma <> e che la coerenza è sacrificabile quando rischia di danneggiare la propria parte.

La verità tanto scomoda alla sinistra è che il giornalismo d’inchiesta, quello vero, non ha amici o zone franche, non ha persone “intoccabili”.
Ma negli anni, Report ha costruito un modello diametralmente diverso e opposto, un giornalismo cioè che colpisce, attraverso la macchina del fango , fonti non verificate o addirittura inventate , chi è utile colpire in quel preciso contesto temporale e politico.
Ora però che il meccanismo si è inceppato, la sinistra si trova davanti a un dilemma : se difende Ranucci, legittima comportamenti che ha sempre condannato negli altri ma se lo attacca, ammette che quel metodo non era così puro come ci raccontava e mette allo scoperto la fragilità di quel sistema con il quale per decenni ha costruito idoli.

Per questo il silenzio della sinistra non è solo tattica ma soprattutto è paura, paura che il caso Ranucci non sia un episodio isolato, che emergano altre terribili zone d’ombra, paura che il metodo Report, applicato a se stesso, riveli fragilità che nessuno vuole vedere e soprattutto p aura che la narrazione della superiorità morale si sgretoli .
E allora si sceglie la strategia più prudente, non parlare, non esporsi, non rischiare.
Ma il caso Ranucci è solo il sintomo di un problema più grande, ovvero la crisi di credibilità di un giornalismo che ha confuso la missione civile con la militanza politica, che ha costruito la propria identità sulla denuncia permanente, sulla moralità selettiva, sulla convinzione di essere “dalla parte giusta”, sulla delegittimazione sistematica degli avversari, sulla sacralizzazione dei propri simboli e quando uno di quei simboli cade, l’intero sistema trema e il silenzio diventa l’unica difesa possibile.
Ma il silenzio della sinistra sul caso Ranucci non è casuale.
Non è prudenza o rispetto o cautela : é resa morale!
È la resa di un sistema che non può difendere il proprio simbolo, ma non può nemmeno criticarlo.
È la resa di un giornalismo che non può applicare a se stesso le regole che ha imposto agli altri.
È la resa di una narrazione che non può sopravvivere alla realtà.
Il silenzio addirittura è la confessione più potente perché dice tutto ciò che le parole non possono dire.

Il caso Ranucci alla fine non è solo una vicenda giornalistica ma è uno spartiacque, un momento in cui il giornalismo militante si trova davanti al proprio specchio.
E quello specchio non restituisce l’immagine che si aspettava ma
restituisce fragilità, incoerenza, paura, narrazioni che non reggono, simboli che non sono più intoccabili e davanti a questo specchio, la sinistra e tutto il suo ecosistema mediatico hanno scelto di chiudere gli occhi.
Ma il silenzio, purtroppo per loro, parla più delle parole.
E quello che sta parlando oggi racconta una crisi profonda, una frattura morale, una incoerenza che non potrà essere nascosta per sempre, che ha già prodotto danni irreversibili e che di certo non sposterá voti verso il campo largo da parte dell’elettorato indeciso o di chi si astiene dal voto.

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