Di Pamela Bonaiuti da Solo Riformisti
Viene da chiedersi per esempio con quale autorevolezza l’Ordine degli Avvocati di Firenze abbia ritenuto di dover scrivere all’Avvocatura israeliana per impartire lezioni di Stato di diritto, tutela dei diritti fondamentali e indipendenza della giurisdiz 19 Settembre 2026


Partiamo da un principio giuridico apparentemente semplice: nella determinazione della pena, tra gli elementi che devono essere valutati dal Giudice, vi è anche l’intensità del dolo (art 133 c.p. [1].)
Partendo da questa disposizione proviamo a determinare, codice alla mano, la pena da infliggere tre ipotetici signori, tutti rei confessi del delitto di cui all’art 609 bis cp[2] ovverosia di violenza sessuale.
Immaginiamo che i tre imputati appartengano a contesti culturali e religiosi differenti: il primo è cattolico, il secondo musulmano e il terzo ebreo. Dalla parte opposta dell’aula siedono le tre vittime: una donna cattolica, una donna musulmana e una donna ebrea.
Ci troveremmo, dunque, di fronte a tre imputati e tre vittime appartenenti a contesti culturali differenti, caratterizzati da diverse concezioni del ruolo e della condizione della donna.
La domanda che si porrebbe allora sarebbe la seguente: se la formazione culturale dell’imputato contribuisse a determinare l’intensità della sua volontà criminosa, perché questa non dovrebbe essere presa in considerazione anche nel momento in cui occorra stabilire quanto sia stata intensa quella volontà che lo ha portato a violare la legge?
Innanzitutto, tranquillizziamoci subito: la nostra Cassazione, almeno fino a oggi, a partire dalla storica sentenza della IV sezione penale n. 46300/08[3], ha stabilito che un cittadino straniero o di religione musulmana che commetta violenza sessuale o maltrattamenti in famiglia debba essere giudicato con la stessa severità riservata ai cittadini italiani.
LA “LEZIONE” DELL’AVVOCATURA DI FIRENZE ALL’AVVOCATURA ISRAELIANA
Però l’art. 133 c.p., almeno per quanto mi riguarda, parla chiaro e, visto il clima che si respira con quello che stiamo vivendo in questi giorni qualche interrogativo è legittimo porselo.
E allora viene da chiedersi per esempio con quale autorevolezza l’Ordine degli Avvocati di Firenze abbia ritenuto di dover scrivere all’Avvocatura israeliana per impartire lezioni di Stato di diritto, tutela dei diritti fondamentali e indipendenza della giurisdizione.
Un’Avvocatura, quella israeliana, con una storia e una tradizione importanti, alla quale i colleghi fiorentini sembrano quasi voler spiegare come si difendono lo Stato di diritto e i diritti fondamentali. Un atteggiamento che, francamente, trasuda una certa saccenza.
E qui l’ironia viene quasi spontanea: è come se il tennista di un circolo di provincia, dopo qualche partita domenicale, si sentisse in dovere di avvicinarsi a John McEnroe per raccomandargli di stare attento a non perdere il controllo della palla a rete.
Perché, prima di impartire lezioni agli altri, forse sarebbe il caso di guardare un momento a casa nostra.
L’Italia si porta ancora dietro un modello di ordinamento giudiziario le cui radici affondano nell’ordinamento del 1941, varato in piena epoca fascista, e nel quale giudici e pubblici ministeri appartengono alla medesima carriera.
Così mentre il nostro sistema giudiziario continua a fare i conti con problemi che conosciamo tutti, noi avvocati italiani dovremmo forse avere anche l’umiltà di riconoscere che non siamo stati particolarmente brillanti nel difendere i cittadini dalle semplificazioni, dalle narrazioni di parte e dalle fandonie che hanno accompagnato il dibattito sul referendum sulla magistratura.
Insomma, prima di spiegare ai colleghi israeliani come si difendono la giustizia e lo Stato di diritto, qualche domanda sulla nostra capacità di difendere gli italiani e il nostro stesso sistema giudiziario sarebbe forse opportuno porsela.
E poi quella lettera…perché proprio l’Avvocatura israeliana? In un mondo nel quale purtroppo guerre, conflitti e massacri di civili non sono certo limitati a Israele e Palestina, sarebbe interessante sapere se la stessa sollecitudine sia stata riservata anche alle avvocature di altri Paesi coinvolti in guerre e conflitti.
Se non è così, viene spontaneo interrogarsi sulla ragione di una scelta tanto selettiva.
E qui la vicenda diventa ancora più interessante, perché tra una magistratura sempre più spesso al centro del confronto politico, un’Avvocatura che interviene con grande disinvoltura su questioni geopolitiche internazionali, un mondo della giustizia attraversato da correnti nel CSM e sensibilità culturali differenti, qualche domanda sul rapporto tra cultura politica e interpretazione del diritto è inevitabile.
Non significa sostenere che le decisioni giudiziarie potrebbero essere politicamente condizionate. Significa chiedersi se, nel tempo, gli orientamenti culturali prevalenti in determinati ambienti della giustizia possano avere un peso anche nel modo di leggere e interpretare determinate norme.
Perché l’art. 133 c.p. parla chiaro e le norme, alla fine, vengono interpretate da uomini e donne che appartengono a un determinato contesto culturale e professionale.
E allora, visto il vento che sembra spirare in Cassazione e visto l’esito del referendum, viene da chiedersi se non possa cambiare anche il vento dell’interpretazione.
TRE UOMINI STESSO DELITTO
Ritorniamo dunque ai nostri tre uomini. Stesso delitto: violenza sessuale. Stessa condotta: con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità hanno costretto una donna a compiere o subire atti sessuali. Stesse vittime una donna cattolica, una donna islamica, una donna ebrea e vediamo a cosa ci condurrebbe il nostro esperimento.
Il primo imputato: il cattolico e la figura di Eva
Nella cultura cristiana occidentale c’è una donna che si porta addosso una responsabilità enorme: Eva.
Eva è colei che, nel racconto della Genesi, cede alla tentazione e coinvolge Adamo nella trasgressione.
Nei secoli, la sua figura è stata anche trasformata nel simbolo della donna tentatrice, della seduttrice capace di provocare la caduta dell’uomo.
Non è questa, naturalmente, la dottrina cattolica contemporanea sulla responsabilità della donna, ma è innegabile che la figura di Eva abbia avuto una straordinaria influenza nella storia culturale dell’Occidente; allora immaginiamo un imputato che sia stato realmente formato all’interno di quella concezione.
La donna può essere stata rappresentata come tentazione, come colei che provoca, colei che istiga a mangiare il frutto proibito.
Il desiderio maschile rappresentato come qualcosa che deve essere combattuto ma, se provocato, deve trovare un suo “sfogo”.
La sessualità è vista come terreno di peccato.
Il rapporto tra uomo e donna viene percepito come qualcosa nel quale la figura femminile può essere associata alla maliziosa tentazione e alla provocazione.
Nel nostro esperimento, questa formazione potrebbe essere presa in considerazione per stabilire quanto l’imputato sia stato effettivamente consapevole del disvalore della propria condotta. Dunque, seguendo il ragionamento fino in fondo: minore l’intensità del dolo, minore l’entità della pena perché se la formazione culturale dovesse servire a misurare il dolo, allora dovrebbe necessariamente essere valutata anche quando porta a questo risultato.
E la vittima? Dall’altra parte c’è una donna.
Una donna che potrebbe avere interiorizzato, magari inconsapevolmente, la stessa cultura allora il danno causato dalla violenza subita potrebbe essere accompagnato da un’altra ferita: il senso di colpa. “Ho fatto qualcosa per provocarlo? perché, quando la cultura le ha inculcato, anche indirettamente, che la donna può essere la tentatrice, il rischio è che la vittima finisca per interrogarsi sulla propria responsabilità.
Passiamo al secondo imputato, formazione islamica. Il nostro esperimento riguarda la formazione di un uomo cresciuto in un ambiente fortemente patriarcale, nel quale i rapporti tra i due sessi sono stati da sempre regolarizzati da rigidissime gerarchie
Se la formazione di quell’uomo incidesse sulla sua percezione del consenso femminile, quella sua stessa formazione potrebbe essere considerata nella valutazione della effettiva consapevolezza che egli ha avuto nel delinquere dunque: minore consapevolezza del disvalore della condotta, minore intensità del dolo, minore entità della pena.
La cultura, insomma, diventerebbe una variabile nella misurazione del dolo
Si badi non sarebbe cosa da poco perché tutto ciò è strettamente collegato anche alla futura rieducazione del reo.
Non dimentichiamo, infatti, che nel nostro ordinamento la pena inflitta deve tendere alla rieducazione del condannato. Ma come può essere rieducato colui che non ha piena consapevolezza della gravità di ciò che ha commesso?
Che cosa accadrà a questo soggetto quando avrà finito di scontare una pena che percepisce come eccessiva? Nella mia esperienza di avvocato penalista, che da più di venticinque anni frequenta quotidianamente le aule di giustizia penale, mi sono profondamente convinta che quel soggetto rischierà di uscire dal carcere con una rabbia tale che lo porterà a delinquere di nuovo.
E la vittima? Anche in questo caso, trattandosi di una donna, il danno psicologico potrebbe assumere una forma ulteriore e differente rispetto a quello potenzialmente sperimentato da una vittima cattolica. Nel caso di una vittima musulmana, infatti, tale esperienza potrebbe essere accompagnata da un sentimento di particolare devastazione, legato non soltanto alla violenza subita — «Mi ha violentata» — ma anche alla percezione che il proprio rifiuto non sia stato riconosciuto né rispettato: «Il mio no non aveva valore».
Il terzo imputato: l’ebreo e il problema della sua Eva e delle Madri d’Israele
Ed è qui che il nostro esperimento diventa veramente scomodo.
Perché nella tradizione ebraica troviamo quattro figure femminili fondamentali: Sara, Rebecca, Rachele e Lea, le Madri d’Israele.
Non semplici comparse. Non donne che aspettano che gli uomini facciano la storia.
Figure inserite nella narrazione fondativa attraverso la quale si sviluppa la storia del popolo di Israele e, nella tradizione rabbinica, la linea materna assume inoltre un’importanza fondamentale nella trasmissione dell’identità ebraica.
L’ Eva ebrea non conosce il concetto di peccato originale, l’Eva ebrea è colei grazie alla quale Adamo ha capito che la vita non è eterna e dunque, proprio per questo, meravigliosa.
Insomma, nel nostro esperimento, l’imputato potrebbe avere ricevuto una formazione nella quale la donna occupa un posto particolarmente importante.
Ed ecco il problema. Se prendiamo sul serio il criterio della formazione culturale, il nostro bel giovanotto ebreo che cosa potrebbe mai dire? “Non avevo gli strumenti culturali per capire il valore della donna”? Difficile, perché proprio la sua formazione, almeno nell’ipotesi che stiamo costruendo, gli avrebbe fornito quegli strumenti.
Ed ecco il paradosso: se la formazione culturale incide sulla misura del dolo, una cultura nella quale il ruolo della donna è particolarmente valorizzato potrebbe produrre una maggiore intensità del dolo quando quell’uomo decide consapevolmente di violare una donna.
Quindi: il primo imputato potrebbe avere una minore intensità del dolo quindi minore pena; il secondo idem ma il terzo, il nostro giovanotto ebreo? A lui potrebbe essere imputata una maggior intensità del dolo e conseguentemente una maggiore entità della pena.
Infatti, se attribuissimo davvero rilievo alla provenienza culturale, una formazione particolarmente forte nella valorizzazione della donna renderebbe più difficile sostenere una scarsa consapevolezza del disvalore della condotta, ed è da qui in poi, secondo me, che la provocazione diventa interessante:
E la vittima? la donna ebrea?
Una donna che è cresciuta con le figure di Sara Rebecca Rachele e Lea, formatasi in una tradizione nella quale la figura materna occupa un posto fondamentale.
La violenza subita è naturalmente la stessa, ma il trauma potrebbe avere anche una dimensione identitaria: non soltanto: “Un uomo ha violato il mio corpo ma ha anche violato il valore delle mie tradizioni, delle mie radici, del mio essere più profondo, perché io non mi sento in colpa per essere nata donna perché io non ho commesso il peccato originale, io non sono colei che tenta gli uomini e li porta a commettere peccati, non devo essere sottomessa e succube dell’uomo io sono libera”
LE VIOLENZE DEL MALEDETTO 7 OTTOBRE 2023
Nel delirio di questi tempi non possiamo che inserire nel nostro esperimento le terribili violenze subite dalle donne israeliane quel maledetto 7 ottobre del 2023
Donne, ragazze, bambine anche piccolissime sono state brutalmente massacrate, uccise violentate perché?
Non perché sono state troppo “provocanti “secondo la più bieco bigottismo cattolico, non perché il loro no non ha valore secondo alcune letture islamiche, ma sono state violate solo perché ebree!
Questo dovrebbe non solo farci riflettere ma terrorizzare tutte noi.
Qui bisogna essere molto chiari.
Non esiste una classifica religiosa del dolore. Il trauma di una donna cattolica non vale meno di quello di una donna ebrea o islamica ed è proprio questo rende ancora più interessante il confronto.
Perché mentre per l’imputato possiamo disquisire sulla formazione culturale come possibile elemento per stabilire l’intensità del dolo, per la vittima dobbiamo solo guardare alle conseguenze reali della violenza che ha subito.
Ed è impossibile non rammentare di nuovo il massacro del 7 ottobre
Le violenze sessuali attribuite agli attacchi contro Israele hanno aperto una discussione nella quale, accanto alla condanna delle violenze, si sono registrate anche posizioni di minimizzazione, contestazione o silenzio.
Se siamo disposti a riconoscere il danno psicologico di una donna vittima di violenza sessuale, perché dovrebbe diventare più piccolo quando la vittima è israeliana?
Una donna cattolica violentata è una donna che ha subito una violenza. Una donna musulmana violentata è una donna che ha subito una violenza. Una donna ebrea violentata è una donna che ha subito una violenza.
Il trauma non controlla il passaporto prima di entrare nella mente della vittima e nemmeno il corpo sembra avere una particolare passione per la geopolitica.
Lo stupro non diventa meno grave perché la vittima appartiene a un Paese che qualcuno considera politicamente colpevole, il trauma non può diventare più piccolo perché la vittima appartiene al gruppo che per qualcuno è quello sbagliato.
Se crediamo davvero che le donne debbano essere ascoltate, allora dobbiamo ascoltarle anche quando il racconto della loro violenza è politicamente scomodo, altrimenti il principio diventa: “Crediamo alle donne. Quando ci conviene.”
Perché se davanti allo stupro di una donna israeliana qualcuno riesce a discutere persino dell’esistenza della vittima, allora la domanda diventa ancora più inquietante: siamo sicuri che il problema sia soltanto quanto vale la pena dell’aggressore, o abbiamo cominciato a stabilire anche quanto vale il dolore della vittima?
Perché il giorno in cui anche il trauma avrà bisogno della nazionalità giusta, della religione giusta e della vittima politicamente giusta per essere riconosciuto, avremo smesso di parlare di giustizia, avremo semplicemente inventato una graduatoria ideologica della sofferenza e quella graduatoria, qualunque sia la religione dell’imputato o della vittima, dovrebbe essere l’unica cosa a ricevere una condanna senza attenuanti.
LA RELIGIONE NEL SUO RAPPORTO CON LA VERITA’
Ma forse, arrivati a questo punto, manca ancora una domanda.
Che cosa succede quando non è soltanto la formazione culturale, ma il modo stesso in cui una religione costruisce il rapporto con la verità a entrare nel nostro esperimento?
Qui compare una parola che spesso usiamo con leggerezza: dogma.
Nel cattolicesimo esistono verità di fede definite come dogmi: verità rivelate che il credente è chiamato ad accogliere. Nell’Islam esiste un forte nucleo di verità religiose e prescrizioni percepite come provenienti dalla rivelazione e dunque indiscutibili
L’ebraismo presenta invece una caratteristica profondamente diversa. Non perché sia privo di verità religiose o di principi fondamentali, ma perché la sua tradizione ha sviluppato una straordinaria cultura dell’interpretazione, della discussione e del confronto. Perfino davanti a ciò che viene considerato rivelato, la domanda, l’interpretazione e il dibattito non vengono percepiti come una ribellione alla fede.
Illuminanti in tal senso alcuni passi del Talmud dove si racconta che Rabbi Yohanan, dopo la morte del suo brillante interlocutore e allievo Reish Lakish, ebbe come compagno di studio un nuovo studente che approvava sempre le sue parole. Rabbi Yohanan, invece di esserne compiaciuto, ne fu irritato: rimpiangeva chi lo contraddiceva, perché le obiezioni e il confronto lo costringevano a mettere alla prova e ad affinare il proprio pensiero.
Per gli ebrei dunque si può discutere, si può dissentire, si può porre una domanda. Si può persino conservare, nella tradizione, l’opinione minoritaria accanto a quella maggioritaria.
E forse è proprio questo il punto più interessante.
Perché una persona veramente libera non è soltanto una persona alla quale è consentito parlare.
È una persona che ha imparato che può mettere in discussione ciò che le viene detto.
Può chiedere: “Perché?”
Può chiedere: “Come lo sappiamo?”
Può chiedere: “E se fosse falso?”
E può farlo perfino quando la risposta che cerca mette in discussione ciò che la maggioranza considera vero.
Qui il concetto di dogma assume un significato più ampio di quello strettamente religioso.
Il dogma può essere religioso, ma può essere anche politico, ideologico, culturale.
È dogmatico il meccanismo attraverso il quale una persona smette di verificare una convinzione semplicemente perché quella convinzione appartiene al proprio gruppo e viene considerata buona, giusta, sacra o moralmente indiscutibile e questo può produrre un fenomeno particolarmente pericoloso.
Quando una società insegna ai propri membri soprattutto a obbedire, diventa possibile chiedere loro di accettare una verità senza esaminarla.
Quando invece insegna loro a discutere anche ciò che appare indiscutibile, diventa molto più difficile governarli attraverso una verità imposta.
È una delle ragioni per cui il rapporto tra cultura e libertà è così importante.
E qui possiamo formulare una provocazione ancora più grande: forse anche la straordinaria capacità dell’ebraismo di discutere, interpretare e mettere in questione persino le verità ricevute ha rappresentato, nel corso della storia, qualcosa di profondamente incompatibile con i sistemi fondati sull’obbedienza assoluta.
Non è necessario trasformare questa osservazione in una spiegazione unica delle persecuzioni e delle discriminazioni subite dagli ebrei in Medio Oriente e altrove. La storia è infinitamente più complessa ma possiamo porci una domanda: che cosa succederebbe a una società nella quale l’abitudine a fare domande, a discutere l’autorità e a non considerare intoccabile ciò che viene proclamato vero diventasse una caratteristica diffusa?
Forse diventerebbe più difficile comandarla attraverso la paura.
Forse diventerebbe più difficile convincerla che il potere abbia sempre ragione.
Forse diventerebbe più difficile trasformare cittadini in sudditi.
Forse sarebbe più difficile incitare le masse a scendere in piazza gridando “Palestina libera dal fiume al mare”, forse sarebbe più difficile convincere le masse a boicottare Israele, forse sarebbe più difficile strizzare l’occhio a chi ha iniziato ad additare il sionista, a chi ha iniziato a picchiare gli ebrei per il solo fatto di indossare la kippah.
PER FARE UN DITTATORE SERVE ANCHE UN POPOLO DISPOSTO A OBBEDIRE
Perché per fare un dittatore, diceva qualcuno tanto tempo fa, non basta un uomo che voglia comandare serve anche un popolo disposto a obbedire.
Un tiranno può imporre il silenzio con la forza, ma non può facilmente governare per sempre un popolo che ha imparato a chiedere “perché?” “Come lo sappiamo?” “E se fosse falso?”.
Forse è per questo che non c’è niente di più pericoloso per una dittatura di un popolo veramente libero.
Un popolo libero discute. Un popolo libero dubita. Un popolo libero verifica. Un popolo libero può dire di no; e un popolo che può dire di no, prima o poi, farà saltare il tiranno.
Ma proprio qui dobbiamo stare attenti a un’altra idea, bellissima nella sua dimensione spirituale e morale, ma pericolosa se trasformata in una regola politica assoluta: “porgere l’altra guancia”.
Di fronte al singolo individuo, può essere un’immagine altissima di rifiuto della vendetta.
Di fronte a una dittatura, però, non possiamo trasformare la non-resistenza in un obbligo morale per chi è aggredito.
Una dittatura non interpreta necessariamente l’altra guancia come un gesto di amore, può interpretarla come debolezza, può interpretarla come autorizzazione a continuare, può interpretarla come la prova che nessuno reagirà e quando la forza bruta incontra soltanto la resa, la storia ci ha mostrato troppe volte che il risultato non è necessariamente la pace.
È qui che l’immagine di Davide e Golia assume un significato straordinario. Davide è minuscolo davanti al gigante.
Golia rappresenta la forza, la potenza, la certezza di poter schiacciare l’avversario. Davide ha soltanto un sasso. Quel sasso, però, non è soltanto un’arma. è il simbolo dell’intelligenza contro la forza bruta.
Della precisione contro la massa. della capacità di pensare contro la convinzione che vinca sempre chi è più forte.
Nel nostro ragionamento c’è un particolare della storia di Davide che non dovremmo dimenticare. Davide non aspetta che Golia diventi buono, non aspetta che il gigante si convinca spontaneamente a lasciarlo libero.
Davide prende il suo piccolo sasso e comincia a lanciarlo è un gesto minuscolo ma è il primo gesto di ribellione.
E’ proprio così che cominciano le libertà, con qualcuno che, davanti a un potere apparentemente invincibile, decide di non obbedire più.
Lo abbiamo visto anche nel nostro tempo, in Iran, milioni di persone hanno sfidato il potere della Repubblica Islamica dopo la morte di Mahsa Amini, e soprattutto donne e giovani hanno trasformato la protesta in una sfida molto più profonda all’obbligo, alla repressione e all’idea che lo Stato possa decidere persino come una donna debba vivere il proprio corpo.
Qualcosa di altrettanto significativo è accaduto persino a Gaza.
Nel marzo 2025, centinaia di palestinesi sono scesi in strada in diverse zone della Striscia protestando contro Hamas e chiedendo che lasciasse il potere. In un territorio devastato dalla guerra e sotto il controllo di un’organizzazione terrorista e criminale che ha governato Gaza per anni, quelle manifestazioni hanno rappresentato un raro atto pubblico di dissenso.
Sono i primi sassi, forse piccoli, forse insufficienti, forse destinati, almeno all’inizio, a non abbattere nessun gigante ma ogni dittatura teme proprio quel primo sasso perché il secondo può essere lanciato da qualcun altro e poi un terzo e poi un quarto.
Fino a quando le persone che obbedivano cominceranno a scoprire di essere molte più di quelle che comandano.
Il potere del tiranno non è soltanto nella sua forza è nella convinzione dei sudditi che quella forza sia invincibile.
Quando questa convinzione comincia a spezzarsi, qualcosa cambia. Il primo che dice “no” può sembrare folle, il secondo può sembrare ingenuo. Il terzo può sembrare imprudente.
Ma quando diventano migliaia, il gigante comincia finalmente a scoprire di avere piedi molto più fragili di quanto sembrasse.
PER Il FUTURO DEI FIGLI GUARDARE ALLA SOCIETA’ CHE CONSEGNAMO LORO
È proprio qui che dobbiamo guardare quando pensiamo al futuro dei nostri figli, non soltanto a ciò che accade oggi, ma alla società che stiamo consegnando loro.
La storia non ricomincia necessariamente con i forni, i campi o le camere a gas, può cominciare molto prima. Comincia quando una minoranza viene descritta come un problema, quando la sua identità diventa una colpa, quando le sue paure vengono derise, quando le sue vittime vengono considerate meno credibili, quando la violenza contro di essa viene giustificata, relativizzata o semplicemente ignorata.
Il riferimento al 1938, con le leggi razziali fasciste, deve quindi essere soprattutto un monito a ricordarci che la libertà può essere persa gradualmente, attraverso l’assuefazione, il conformismo e la progressiva accettazione dell’idea che alcuni esseri umani valgano meno di altri.
E’ questo che mi fa paura quando penso al futuro delle mie figlie: un mondo nel quale la verità può diventare subordinata all’appartenenza, un mondo nel quale il conformismo viene scambiato per bontà , un mondo nel quale il dubbio viene considerato tradimento, un mondo nel quale una vittima può essere ascoltata o ignorata a seconda del gruppo al quale appartiene.
È questo che dobbiamo impedire, perché la libertà non è garantita per sempre.
La libertà può essere persa, può essere ceduta poco alla volta, può essere barattata in cambio della sicurezza, dell’appartenenza, della tranquillità.
Dobbiamo insegnare ai nostri figli non soltanto a essere buoni, dobbiamo insegnare loro a pensare, a dubitare, a verificare, a fare domande, a non credere a una cosa soltanto perché la crede la maggioranza, a non odiare chi viene indicato come nemico, a non voltarsi dall’altra parte quando la vittima appartiene al gruppo sbagliato.
E soprattutto devono imparare che la libertà non consiste nell’avere sempre ragione, consiste soprattutto nel poter dire senza paura “avevo torto”.
Questo è il vero antidoto al dogma ed è anche il vero significato del sasso di Davide.
Non un invito alla violenza, ma un invito a non arrendersi davanti al gigante, a non confondere la forza con la ragione, a non confondere l’obbedienza con la pace, a non confondere il silenzio con la libertà.
A ricordare che anche il gigante più potente può essere sconfitto quando qualcuno trova il coraggio di pensare e di lanciare il primo sasso.
Gli ebrei sono stati, nella storia, uno dei popoli che più a lungo hanno difeso il valore della domanda, dell’interpretazione, della discussione e della ragione contro ogni tentativo di cancellarle.
Loro sono Davide davanti a Golia e il loro sasso è l’intelletto, per questo non possiamo fare a meno della loro lezione, perché quando tutto diventa buio, abbiamo bisogno di qualcuno che ci ricordi che la luce non mai è l’obbedienza, la luce è la ragione.
Non possiamo fare a meno del “popolo del Libro”. Sono gli ebrei il faro da seguire quando tutto intorno diventa buio e, oggi, forse più che mai, abbiamo bisogno proprio di quelle donne ebree le cui figlie, quel maledetto 7 ottobre 2023, furono massacrate, violentate, uccise e derise.
Le violenze commesse dai terroristi di Hamas contro quelle donne hanno assunto un significato simbolico ancora più atroce: colpire donne che rappresentavano, per tutte noi, qualcosa di profondamente importante — la libertà, l’autonomia, il diritto di scegliere, di studiare, di lavorare, di amare e di vivere senza che qualcun altro stabilisse quale dovesse essere il loro posto nel mondo.
Donne che vivevano in Israele, a pochi passi da una realtà dominata dal terrorismo, e in un contesto regionale nel quale molti Paesi sono governati da regimi autoritari e nei quali i diritti e le libertà delle donne sono profondamente limitati. Donne che, proprio lì, circondate da un mondo in gran parte diverso dal loro vivevano da donne libere.
Forse anche questo che rende quella violenza così difficile da dimenticare: non fu soltanto l’aggressione a singole persone, ma il tentativo di colpire ciò che quelle donne ebree rappresentavano — la possibilità di vivere libere, scegliere per sé e costruire la propria vita senza sottomettersi alla paura o alla volontà altrui.
Ma loro, le sorelle delle donne massacrate il 7 ottobre, nonostante tutto, ogni venerdì sera continuano ad accendere due candele per lo Shabbat, due piccole fiamme accese, la luce della regione, della memoria, della vita che continua.
Una luce che non dimentica il dolore e non nega le ferite, ma sceglie di non lasciarsi spegnere.
E così dalla notte dei tempi ogni venerdì sera quelle 2 piccole candele tornano ad accendersi ricordandoci che la luce, alla fine, vince sempre sulle tenebre.
+++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++
[1] Nell’esercizio del potere discrezionale indicato nell’articolo precedente [164, 169, 175, 203], il giudice deve tener conto della gravità del reato(1), desunta:
- 1) dalla natura, dalla specie, dai mezzi, dall’oggetto, dal tempo, dal luogo e da ogni altra modalità dell’azione(2);
- 2) dalla gravità del danno o del pericolo cagionato alla persona offesa dal reato(3);
- 3) dalla intensità del dolo o dal grado della colpa(4).
Il giudice deve tener conto, altresì, della capacità a delinquere(5) del colpevole [103, 105, 108; c.p.p. 220], desunta:
- 1) dai motivi a delinquere(6) e dal carattere del reo(7);
- 2) dai precedenti penali e giudiziari e, in genere, dalla condotta e dalla vita del reo, antecedenti al reato(8);
- 3) dalla condotta contemporanea o susseguente al reato(9);
- 4) dalle condizioni di vita individuale, familiare e sociale del reo.
[2] Chiunque, con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità(2) costringe taluno a compiere o subire atti sessuali(3) è punito con la reclusione da sei a dodici anni(4).
Alla stessa pena soggiace chi induce taluno a compiere o subire atti sessuali(5):
- 1) abusando delle condizioni di inferiorità fisica o psichica della persona offesa al momento del fatto(6);
- 2) traendo in inganno la persona offesa per essersi il colpevole sostituito ad altra persona(7).
Nei casi di minore gravità la pena è diminuita in misura non eccedente i due terzi(8).
[3] L’elemento soggettivo del reato di maltrattamenti in famiglia, integrato dalla condotta dell’agente che sottopone la moglie ad atti di vessazione reiterata, non può essere escluso dalla circostanza che il reo sia di religione musulmana e rivendichi, perciò, particolari potestà in ordine al proprio nucleo familiare,
…
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Penalista del Foro di Prato ferma sostenitrice della separazione delle carriere tra giudici e pm, madre di due figlie.
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Il dubbio
27 Marzo 2024 | Il Bastian Contrario
Il ministro Giorgetti si scaglia contro il superbonus., misura che fu varata dal Governo M5S/Lega.
Dice che fa molto male agli italiani.
Solo un dubbio.
Ma all’epoca lui era connivente o dormiente?
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