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Studenti con livelli di preparazione molto differenti finiscono per ricevere titoli formalmente equivalenti.

 di Daniela Fedi | 7 Agosto 2026

Le indagini internazionali OCSE-PISA e le rilevazioni nazionali INVALSI certificano, anno dopo anno, la stessa amara verità: il sistema scolastico italiano continua a essere profondamente segnato dai divari territoriali. Le regioni del Nord registrano risultati in linea con gli standard europei, mentre in molte aree del Mezzogiorno una quota significativa di studenti conclude il proprio percorso senza avere acquisito competenze fondamentali in lettura, matematica e scienze.

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Eppure, i dati appena pubblicati sugli esami di Maturità sembrano raccontare una storia completamente diversa. Le percentuali più elevate di diplomati con 100 e lode si registrano infatti in Calabria (6,1%), in Puglia (5,5%) e in Sicilia (4,7%). Al Nord, invece, regioni come Lombardia, Veneto e Trentino-Alto Adige superano di poco l’1%, mentre la Valle d’Aosta si ferma addirittura allo 0,3%.

Questa apparente contraddizione non può essere liquidata come una semplice curiosità statistica. Essa rivela un problema strutturale del nostro sistema di istruzione.

La valutazione finale continua infatti a essere influenzata da criteri profondamente eterogenei. Scuole che operano in contesti molto diversi attribuiscono lo stesso valore legale a votazioni ottenute attraverso modalità di giudizio spesso lontane tra loro. Il risultato è una rappresentazione distorta della realtà: studenti con livelli di preparazione molto differenti finiscono per ricevere titoli formalmente equivalenti.

In questo modo si rischia di compromettere il principio della meritocrazia, di alterare le condizioni di partenza nell’accesso all’università e ai concorsi pubblici e di alimentare un sistema nel quale il titolo di studio perde progressivamente la sua funzione di garanzia.

Il problema, naturalmente, non riguarda il valore degli studenti del Sud né l’impegno di migliaia di insegnanti che lavorano in condizioni difficili. Al contrario, riguarda la responsabilità delle istituzioni, chiamate ad assicurare a tutti gli studenti pari opportunità formative.

L’uguaglianza non consiste nel distribuire gli stessi voti, ma nell’offrire le stesse possibilità di apprendimento. Ciò significa investire maggiormente per rafforzare la qualità dell’insegnamento, ovunque, sostenere la formazione dei docenti e dei dirigenti scolastici e adottare strumenti di valutazione più omogenei e trasparenti.

Se questo non accadrà, il valore legale del titolo di studio continuerà a poggiare su fondamenta sempre più fragili. E, a quel punto, abolirlo potrebbe apparire a molti come l’unico modo per restituire credibilità al sistema.


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