Eugenio Giani ha vinto ancora. Non perché fosse il candidato più fresco, né quello più allineato con il sentimento di cambiamento che attraversa la Toscana. Ha vinto perché è stato, semplicemente, il politico più abile nel leggere il tempo, sfruttare le dinamiche interne ai partiti e muoversi con rapidità dove gli altri tentennavano.
La sua vittoria non è stata (ovviamente) casuale: è stata il frutto di un calcolo, di una strategia e di una capacità tattica che pochi oggi possono vantare.
Nelle settimane in cui il centrodestra discuteva, rinviava e si bloccava sui personalismi, Giani ha fatto ciò che i grandi strateghi fanno: ha colto l’attimo.
La candidatura di Alessandro Tomasi – giovane, competente, radicata – rappresentava un rischio concreto. Lo sapeva. E, nonostante i contrasti con la Schlein, quando ha capito che gli avversari stavano perdendo tempo, ha scelto una data elettorale mai vista: 15 agosto.
Una mossa che ha spezzato sul nascere il possibile recupero dell’avversario. È stata una scelta spregiudicata, certo, ma politicamente impeccabile.
Nel frattempo ha accettato alleanze per lui impensabili, con soggetti che fino al giorno prima lo volevano pensionato. Ma era evidente che conoscesse le dinamiche interne meglio di tutti gli altri, sapendo che la conflittualità – se ben gestita – porta voti senza creare alternative pericolose.
Così ha fatto: ha tenuto insieme pezzi che non si parlavano più, ha cucito alleanze deboli ma utili, ha capitalizzato ogni punto percentuale disponibile. E, alla fine, ha portato a casa il risultato.
Ed eccoci all’ultimo capolavoro: la composizione della Giunta, vera dimostrazione di forza.
Giani ha imposto i suoi punti fermi (una su tutte, Monni) e ha lasciato che il Partito Democratico si consumasse nelle sue divisioni interne, fino a marginalizzare l’unico vero avversario temuto dalla “nuova/vecchia generazione”: Matteo Biffoni, recordman di preferenze rimasto fuori dai giochi.
Ha poi blindato il suo cerchio ristretto, confermando i fedelissimi e collocando ai lati due figure giovani e (s)promettenti. Una scelta che comunica rinnovamento, ma che nella sostanza non incrina la sua leadership.
Diciamocelo: nessuno dei due ragazzi potrà sinceramente pensare di “dare le carte” tra cinque anni.
Fin qui, il racconto di una strategia perfetta.
Ma c’è un punto che non può essere taciuto.
La Toscana attraversa una delle fasi più complesse della sua storia recente.
I distretti produttivi che l’hanno fatta grande affrontano crisi strutturali e trasformazioni profonde. La sanità territoriale è sotto pressione. Alcuni territori rischiano un declino silenzioso ma irreversibile.
E la domanda è semplice:
questa genialità tattica si tradurrà in capacità di governo?
Perché fare politica è sicuramente tecnica, equilibri, astuzie. Ma la Politica non può essere solo questo.
La Regione è stata immobile troppo a lungo. E oggi non basta vincere: serve intervenire, e farlo con una visione che vada oltre la gestione delle correnti.
Rimango comunque un romantico e vedo una speranza concreta che non arriva dalla Giunta, ma dall’assemblea legislativa: il Consiglio regionale, composto da donne e uomini votati e non nominati.
Da loro, più che dai giochi di palazzo, può arrivare quella spinta di buon senso, pragmatismo e responsabilità che la Toscana merita.
Perché, al di là della brillantezza tattica di Giani, il futuro non si costruisce con le mosse.
Si costruisce con le scelte.
La partita degli scacchi è finita.
Inizia quella della realtà.
Gianluca Banchelli
Candidato al consiglio regionale per Fratelli d’Italia


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